Cambiare le parole per cambiare il mondo. Pari Opportunità punto a a capo, il caso Genova di Giulietta Ruggeri Ed.Libero di scrivere

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Questo saggio è scritto con l’intento evidente di  “passare memoria” alle più giovani che “credono di  avere dei diritti” e non si preoccupano di attivarsi per difendere le posizioni, instabili, raggiunte.
L’Autrice ha una lunga esperienza di femminismi e ha partecipato in prima persona a progetti europei o ministeriali sulle Pari Opportunità che l’hanno portata spesso in contatto con studenti di scuole medie superiori dove ha rilevato una certa “curiosità” da parte dei ragazzi e una palese ostilità da parte delle ragazze in nome di una asserita “uguaglianza”. Nel libro racconta di una ragazza che la interruppe dicendo “ma se siamo uguali, cosa importa se ci sono poche donne nei luoghi decisionali?. Tanto è lo stesso”


La ricerca, condotta anche attraverso tabelle e dati statistici, circa la posizione delle donne a Genova è utile per dimostrare uno degli assunti del libro: l’emancipazionismo, che a Genova è precoce per via dell’insediamento Ansaldo a metà ottocento, in sé, non garantisce la libertà delle donne.  Il concetto stesso di pari opportunità uomo-donna corre il rischio di avere due soli sbocchi: o l’omologazione delle donne alla misura maschile, o l’accettazione (fino a che punto: libera?) dei modelli che gli uomini hanno pensato per le donne: veline, olgettine e simili. La prima locuzione da cambiare è, dunque, proprio “politiche di pari opportunità” con “politiche di genere”, intendendo quelle politiche capaci di modificare la cultura del rapporto tra i  sessi e di liberare uomini e donne da gabbie comportamentali, ruoli, stereotipi. Solo così si può pensare ad un nuovo patto sociale che riconosca le differenze e le utilizzi a vantaggio di tutti/e. E, questo, a partire da un diverso modello di organizzazione del lavoro che consenta alle donne e agli uomini di non dover scegliere tra cura di sé e delle relazioni (figli, genitori, amici) e autoaffermazione sul lavoro. Secondo l’Istat, nel 2010, ottocento mila donne hanno lasciato il posto di lavoro con la nascita del primo figlio, Giulietta Ruggeri ne parla in un capitolo titolato “Maternità punita”.
In questo testo, che una giovane studiosa ha definito come il Bignami del femminismo,  si trova una aggiornata analisi del linguaggio sessista, degli stereotipi che persistono a partire dagli asili nido, dei luoghi comuni in cui sono costretti donne e uomini da una cultura che è ancora misogina. Misoginia di cui è pervasa la società e che colpisce quindi anche le donne che, spesso, hanno rapporti incivili fra di loro. Tipico sentire affermare che “le donne sono le peggiori nemiche delle donne”.
Un capitolo è poi dedicato alle parole con cui si fa riferimento alle donne, come:  la Donna, come se non fossimo tutte diverse,  la rappresentanza femminile anziché presenza femminile nella rappresentanza politica, la complementarietà tra i sessi e così via, senza trascurare l’osservazione sul perché ci sia tanta ostilità a chiamare le donne con nomi femminili. Perché ragioniera sì e ingegnera no? Contadina sì e Ministra no? Non sono le parole o il loro suono a dare fastidio, ma il fatto che le donne siano in posizioni di “potere”. E questo dà ancora fastidio a donne e uomini.

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